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lunedì 4 aprile 2011

Esperimento Carcerario di Stanford part.2/6 – Guardie e detenuti


Leggi la parte 1

Le guardie
Come nella realtà le guardie vennero informate dell’importanza della loro mansione e dei rischi che potrebbero correre, ma (a differenza della realtà) l’unica direttiva che ricevettero fu di fare tutto ciò che ritenevano necessario per mantenere l’ordine e farsi rispettare dai prigionieri. Questo senza prima seguire alcun tipo di corso o addestramento.

Tutte le guardie indossavano una divisa color caco, vennero munite di fischietto e manganello e portavano tutte degli occhiali a specchio.
L’utilizzo degli occhiali a specchio è stato deciso per non far intravedere gli occhi e le espressioni (sintomo di emozioni e quindi di debolezza) rendendo così “inumana e forte” la loro presenza (foto 1).

Ovviamente lo studio comportamentale delle guardie era tanto importante quanto quello dei prigionieri. Ambedue i gruppi si trovavano per la prima volta a ricoprire tali ruoli.
I carcerieri erano divisi in gruppi di tre e si davano il cambio ogni otto ore.

I detenuti:
Una volta arrivati i prigionieri vennero condotti dal “direttore del penitenziario della contea di Stanford”, che li informò della loro condizione di carcerati e dei propri “crimini” e successivamente vennero perquisiti e cosparsi di una sostanza contro germi e pidocchi (foto 2).

Questa è una procedura utilizzata anche in una prigione del Texas, come documenta questa foto di Danny Lyons (in approfondimento).


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Ad ogni prigioniero venne consegnata una uniforme da indossare senza mutande o biancheria intima, con stampato fronte e retro il numero identificativo e da quel momento si sarebbero dovuti riferire alle guardie o agli altri detenuti esclusivamente tramite quello. Non avevano più nome e cognome, solamente un numero, rendendoli così anonimi e causando la conseguente perdita dell’identità, data anche dalla rasatura dei capelli subita qualche istante prima.

Dopo aver indossato tali “uniformi” si riscontrò che i detenuti iniziarono a camminare e a sedersi in modo diverso, più femminile.

Oltre a questo venne applicata una pesante catena con lucchetto alla caviglia destra, gli vennero dati dei sandali di gomma ed un berretto fatto con calze di nylon da donna. Tale catena li opprimeva, e li rendeva consci della propria condizione di prigionieri anche mentre dormivano, perché bastava che si girassero nella branda per farla sbattere sulla caviglia dell’altro piede svegliandoli e ricordandogli l’impossibilità dell’evasione, anche in sogno (foto 3).

Il berretto veniva utilizzato in sostituzione della capigliatura, che a seconda della lunghezza può esprimere il proprio modo di essere. Questa è una pratica eseguita soprattutto nelle carceri militari.
Nella gallery trovate la fotografia di uno dei “detenuti” prima e dopo la rasatura, vi renderete subito conto dell’enorme differenza (foto 4).

I detenuti erano coscienti che avrebbero potuto subire abusi di potere, tagli delle razioni alimentari, violazione della privacy e dei diritti civili, ed avevano firmato il proprio consenso.

I carcerati erano chiusi nelle celle a gruppi di 3.

Nota: altre 24 persone attendevano pronte a subentrare nell’esperimento in caso di necessità.

So che i preamboli son stati lunghi, ma erano necessari per una corretta comprensione dei personaggi in gioco, e del fatto che nulla è stato lasciato al caso. Fin da subito si nota come si cerchi di rendere il più succube possibile ogni prigioniero.

Dal prossimo post inizieremo ad entrare nel vivo dell’esperimento, analizzando i primi fatti che hanno comportato una vera e propria tragica reazione psicologica a catena.

Continua...

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Esperimento Carcerario di Stanford – Part.1/6 – Il carcere


Articolo inserito su Lega Nerd.

Eccoci con il primo esperimento scientifico estremo: Il Carcere Stanford.

Dato che è molto lungo e c’è tanto materiale sia video che fotografico lo dividerò in sei post.

Le fonti alla quale attingo sono il sito ufficiale dell’esperimento e parte della tesi di laurea di un mio conoscente dalla quale estrapolo le parti più interessanti.


Assistenti di ricerca e collaboratori:


Carolyn Burkhart, David Gorchoff. Christina Maslach, Susan Phillips, Anne Riecken, Cathy Rosenfeld, Lee Ross, Rosanne Saussotte, Greg White.

Molti di voi avranno visto il film The Experiment ma non tutti sanno che è stato tratto da un esperimento realmente condotto nel 1971 da un team di ricercatori diretti dal Professor Philip Zimbardo.

L’esito fu così drammatico da far sospendere la ricerca dopo appena 6 giorni e da coinvolgere i parenti dei soggetti, avvocati, polizia ed addirittura un prete, ma ci arriveremo a tempo debito.

Tutto inizia quando un gruppo di 70 persone risponde affermativamente ad un annuncio sul giornale che offre 15 dollari al giorno in cambio della partecipazione ad un non specificato studio sugli effetti della vita in prigione.

Dopo aver sottoposto tutti i candidati a test di personalità al fine di escludere coloro che hanno problemi psicologici, malattie o fatto abuso di droghe ne vengono scelti 24; per la precisione tutti studenti universitari, in piena salute e di ceto medio.
Essi vengono divisi in modo assolutamente casuale (col lancio della moneta) in due gruppi: metà saranno guardie e metà prigionieri. Il fatto che non ci sia alcuna differenza tra le persone nei due gruppi è estremamente importante.


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La mattina seguente i prigionieri ricevono a casa propria la visita di un auto della polizia di Palo Alto che li arresta per i crimini più svariati sotto gli occhi sbigottiti dei vicini e vengono condotti nel seminterrato del Dipartimento di Psicologia di Stanford adibito a prigione.

Nell’approfondimento potete vedere il video dell’operazione.
[spoiler show="Visualizza approfondimento" hide="Nascondi approfondimento"][youtube sYtX2sEaeFE nolink][/spoiler]


Il carcere
Per realizzare una prigione il più possibile realistica il Prof. Zimbardo si rivolse ad un gruppo di esperti, incluso un ex detenuto che ha scontato una pena di 17 anni (avrà il suo spazio nella sesta parte dell’articolo).

Oltre alle celle i prigionieri potevano accedere solamente al “cortile” che era un corridoio chiuso da alcune assi ove passeggiare durante l’ora d’aria e per espellere i bisogni corporali venivano bendati per evitare che scoprissero vie di fuga.

Le celle vennero create sostituendo le porte dei laboratori con altre fatte di sbarre d’acciaio, con sopra in bella mostra il numero. Erano così piccole da contenere solamente tre brandine e null’altro, oltre ad un citofono per eventuali comunicazioni contenente un microfono celato, così da spiare le conversazioni dei detenuti. Non c’erano finestre o orologi, una condizione questa che portò in seguito a qualche esperienza di perdita della cognizione del tempo.

Di fronte alle celle c’era “Il Buco”, uno stanzino così piccolo da permettere ad un eventuale “cattivo prigioniero” rinchiuso dentro di stare solamente in piedi.

Nell’approfondimento potete vedere il video degli stanzini prima che fossero adibiti a celle.


[spoiler show="Visualizza approfondimento" hide="Nascondi approfondimento"][youtube TShFPParenk nolink][/spoiler]


[Edit]
L’esperimento è stato ripreso anche nella serie tv “Life”: per la precisione nella quarta puntata della seconda stagione, intitolata “Non per niente”.

[Edit 2]
L’esperimento è stato citato anche nella serie televisiva “Veronica Mars” per la precisione nella Stagione 3 Episodio 2 “Dietro la porta”.

Leggi la seconda parte.

domenica 20 marzo 2011

iLabs Singularity Summit – 2/5 – Intervento di Raymond Kurzweil



Articolo inserito su Lega Nerd e su postumano.com (blog di Daniele Bossari).

Raymond Kurzweil, inventore, scienziato e imprenditore. Nasce a New York il 12 febbraio 1948, si laurea in Informatica e Letteratura al MIT. Definito “the restless genius” dal Wall Strett Journal, è uno dei principali inventori viventi, nonchè esponente mondiale della Singolarità tecnologica. [spoiler show="Mostra approfondimento" hide="Nascondi approfondimento"]



Comincia la sua eccezionale carriera di inventore al liceo, quando scrive il suo primo programma di riconoscimento di motivi musicali, in grado di analizzare i lavori di compositori classici e proporne di nuovi nello stesso stile; all’inizio dell’università crea il Select College Consulting Program, un programma per associare studenti di liceo a università con determinati requisiti.

E’ considerato un pioniere assoluto nel campo del riconoscimento pattern e della sintetizzazione sonora: alla Kurzweil Computer Products si deve il primo sistema di riconoscimento caratteri – il papà di tutti gli OCR – nonché il primo sintetizzatore text-to-speech. L’unione delle due invenzioni divenne la famosa Kurzweil Reading Machine, in grado di dare alle persone cieche la possibilità di capire un testo scritto tramite la lettura automatica dello stesso.

Negli anni Ottanta crea una nuova generazione di tastiere elettroniche in grado di simulare un gran numero di strumenti: per la prima volta, musicisti professionisti non riescono a distinguere il suono di un pianoforte reale da uno simulato.

Dagli inizi degli anni Novanta, Kurzweil è diventato uno scrittore e divulgatore di successo internazionale su temi di Intelligenza Artificiale e futurologia: in particolare, è oggi tra i maggiori esponenti mondiali dell’estensione radicale della vita umana, possibile grazie al raggiungimento della cosiddetta Singolarità tecnologica.


Fondatore della Singularity University e primo speaker allo storico Singularity Summit di Stanford nel 2006, insignito di 16 lauree honoris causa, vincitore di premi quali l’Arthur C. Clarke Lifetime Achievement Award, la National Medal of Technology e il Lemelson-MIT Prize, Raymond Kurzweil è riconosciuto all’unanimità come una delle più grandi menti nella tecnologia del nostro tempo.

http://www.singularitysummit.it


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Eccoci alle seconda parte (di 5) dell’articolo riguardante il “Singularity Summit” organizzato dall’iLabs al Museo della Scienza e della Tecnica di Milano.
Leggi l’articolo precedente.

Raymond Kurzweil è il primo a salire sul palco. Si presenta come un uomo fisicamente ben diverso dalla classica foto che troviamo in internet o sui libri, mi verrebbe da dire con un’età biologica ben più avanzata. Accendo il traduttore ed ascolto la sua esposizione che incomincia parlando delle aspettative che aveva riguardo ai pc negli anni ’80, affermando che in quella data comprese il segreto del successo umano: Padroneggiare il tempo.

Il discorso si evolve sulla tematica di come internet abbia influenzato lo sviluppo tecnologico in maniera democratica, cioè di come grazie alla rete sia oggi possibile fare successo con pochi capitali (vedi Facebook e Google) e di come aiuti la scienza a prescindere dalla nazionalità dell’internauta-ricercatore. La sua associazione (B.I.O.) si occupa proprio di cercare di prevedere come si svilupperà la tecnologia nel futuro, cercando anche di dare delle date ai vari passi fondamentali che compierà: Per esempio sostiene che il passaggio definitivo delle stampanti da 2D a 3D sarà nel 2020 (vedi foto 2, il violino in secondo piano è stato “stampato/creato” con questa tecnologia).

Molto interessante la riflessione sullo sviluppo non lineare ma esponenziale della telecomunicazione: Il primo telefono ci mise cinquant’anni ad arrivare alle masse, il cellulare sette anni ed infine i social network tre anni.
Credo che ciò renda benissimo l’idea di sviluppo esponenziale, che a livello cellulare riguarda anche gli esseri umani e l’invecchiamento.

Per unire la tematica “tecnologia” alla sfera della biologia prende come esempio le A.I (intelligenze articiciali) menzionando il computer Watson che vinse una sfida durante noto programma televisivo americano Jeopardy (ne abbiamo parlato qui e qui) e di come riesca ad elaborare risposte complesse prendendo come enorme database internet in un tempo largamente inferiore rispetto ad un essere umano.
Paragona i geni a dei software, in quanto sono delle sequenze di dati, ovvero dei ricettori (come degli nei linguaggi di programmazione).
Prendendo degli specifici geni ed inserendoli all’interno del nucleo dei mitocondri verrebbero cambiati alcuni “limiti” (ha gesticolato le virgolette) aumentandone il ciclo vitale fino a 120 anni, e di conseguenza quello dell’organismo umano.

Egli sta attualmente scrivendo un libro sul funzionamento del cervello umano, nella quale spiega che la neocorteccia (o isocorteccia) possiede 1 miliardo di neuroriconoscitori di simboli, quindi trovandosi per esempio di fronte alla parola “Apple” riconoscerà prima la lettera “A” poi la “P” e così via, fino ad unire il tutto. Personalmente non mi trovo completamente daccordo con quest’ultima affermazione, in quanto se noi mischiamo le lettere di ogni parola all’interno di una frase (lasciando nella giusta posizione solamente quella iniziale e quella finale) il cervello le riconoscerà comunque, quindi credo di poter affermare tranquillamente che non vengono riconosciute in ordine (a cascata) bensì in un “insieme”.
“Qeutsa farse ne è un emesipo”.

Altri neuroriconoscitori comprendono il “senso” di una parola all’interno di un contesto, per esempio nel caso dell’ironia, associandole così un nuovo significato rispetto a quello originario.
Secondo i suoi calcoli nel 2028 saremo in grado di avere una simulazione completa di una corteccia cerebrale, ma non sarà ancora in grado di funzionare al 100% perchè il secondo passo sarà quello di “insegnarle” tutta quest’ultima parte (quale l’ironia).

L’intervento si conclude con una domanda seguita da una risposta aperta:
“Quali implicazioni avrà tutto ciò nella vita umana? Non ci è dato di saperlo”.

Nell'approfondimento trovate il dibattito, vi consiglio di leggerlo perchè sono uscite un sacco di questioni interessanti.


[spoiler show="Mostra approfondimento" hide="Nascondi approfondimento"]D=domanda, R=risposta.

D: Lei è a favore del transumanesimo?
R: No, io sono contro il transumanesimo perchè trascenderemmo i limiti della nostra biologia, ma sono a favore di una scienza che cammina a braccetto con la nostra umanità.

D: Il progresso (inteso come raccolta dati nel campo della ricerca) è concentrato nei paesi industrializzati. Secondo Lei la tendenza sta cambiando?
R: Credo che oggi non sia più importante se una scoperta la fa un ricercarore cinese, americano o europeo, perchè darà beneficio a tutti. Dobbiamo ragionare così per il bene della scienza; internet in questo senso aiuta perchè ha aumentato a dismisura la condivisione dei dati e dele informazioni. Più passerà il tempo e sempre più proposte arriveranno a sempre più persone.

D: Qual’è la natura del fenomeno della singolarità? E’ un fenomeno ordinato o caotico?
R: Il termine “singolarità” è una cosa molto intensa, come il centro di un buco nero. C’è un orizzonte degli eventi ove è difficile vedere oltre, ma non impossibile.
La singolarità è un esplosione di intelligenza che aumenta in modo esponenziale, che nel 2045 avremo moltiplicato fondendola con la tecnologia.

D: Il software è scritto in codice binario, mentre quello umano in quaternario (gli aminoacidi sono 4 – N.D. William J.). Non trova azzardata la similitudine che ha fatto prima?
R: Si può rappresentare tutto con 2 bit. Ragionando parallelamente, il cervello esegue miliardi di operazioni al secondo, però il suo sviluppo è molto lento. Con 2 bit facciamo tutto ma facendo sviluppare molto più velocemente (si riferisce allo sviluppo tecnologico – N.D. William J.).

D: Sono Daniele Bossari: So che durante una ricerca in campo farmaceutico Lei ha assunto delle pillole per modificare una debolezza cardiaca causata geneticamente. Come va l’esperimento?
R: Per ora bene (sorrisi in sala). Il prossimo passo sarà provare a sostituire le pillole con la nanotecnologia. Uno dei processi di invecchiamento riguarda la cute. Ora possiamo modificarlo (N.D. William J. – Scriverò a riguardo nel quinto articolo della serie).

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Nel prossimo articolo, il terzo, riporterò l’intervento di Gabriele Rossi, il fondatore di iLabs e C.E.O. Diagramma.

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iLabs Singularity Summit – 1/5


[Articolo inserito su Lega Nerd]


Data la mole degli argomenti trattati dividerò l’articolo in cinque parti; questo sarà di presentazione del summit, scriverò le impressioni personali e come si è svolto, così da dare l’idea dell’atmosfera che si è respirata. Gli altri quattro saranno uno per ogni professore che ha parlato sul palco, che pur con lo stesso obiettivo hanno affrontato argomenti molto differenti tra loro.

Arrivo al Museo della scienza e della Tecnica di Milano alle 9:20 e c’è una ressa enorme, circa duecento persone; tutti son li per l’evento: il Singularuty Summit organizzato da iLabs.

Gli argomenti che verranno trattati riguarderanno la sfera della semi-immortalità, cioè come rendere l’essere umano il più longevo possibile, utilizzando tecnologie, medicina, miglioramento della qualità di vita e non mancheranno riflessioni condite da domande poste dal pubblico presente in sala, che comprende anche geniali professori di filosofia e fisica quantistica, noti a livello mondiale.
Mi aspetto grandi cose, scoprirò di avere ragione.

Prima di tutto noto che non è presente solo una tipologia di persone, siamo tanti e tutti diversi. Dall’ottantenne plurilaureato al ventenne che deve scrivere la tesi; un paio notano la mia felpa di LN e vengono a parlarmi. Tra loro non c’è neanche una donna, uffa.

Prima di entrare in sala ci equipaggiano di traduttore simultaneo inglese-italiano, matita ed una cartelletta contenente programma e schede informative.
Programma:


9:30-10:00 Registrazione

10-:0011:00 Raymond Kurzweil (fondatore Kurzweil Technologies)

11:00-12:00 Gabriele Rossi (fondatore iLabs e C.E.O. Diagramma)

12:00-12:45 Dibattito

Pranzo

14:00-15:00 Antonella Canonico (fondatore C.E.O iLabs)

15:00-16:00 Aubrey De Grey (fondatore Sens Foundation)


Chiedo il permesso di fare delle fotografie, dopo un po’ riesco ad ottenerlo. Entro.
Il mio posto è in quartultima fila, sono davvero lontano, ma iniziato l’evento mi alzo per scattare le fotografie da un’angolazione migliore avvicinandomi al palco per le vie laterali. Noto che in prima fila ci sono due posti liberi, zitto zitto mi siedo e visto che nessuno mi dice nulla, tutto felice inizio a fare il mio dovere di reporter. Dietro di me c’è seduto Daniele Bossari, che più in la si rivelerà una persona ferrata nella materia trattata nel summit.

Dopo i primi due interventi sono le 13:00, quindi è arrivato il momento del pranzo: Lasagne, brasato, patate al forno, dolci vari, spumante, bevande analcoliche varie e caffè. Tutto davvero squisito, non hanno badato a spese.

Rincominciano i lavori, che si protraggono fino alle 17:00 circa.

Posso affermare che è stato uno dei summit più interessanti alla quale abbia partecipato, soprattutto per l’ultimo ospite: Aubrey De Grey (Sens Foundation); una mente allucinante, son rimasto letteralmente a bocca aperta durante tutta la sua esposizione.

Come ho scritto seguiranno altri quattro post: uno per ogni professore.

Nella gallery potete ammirare lo splendido Museo della Scienza e della Tecnica (ove si può fotografare) ed i graffiti presenti al suo interno.

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mercoledì 22 dicembre 2010

Comportamenti sociologici dei lupi


Dopo aver scritto un articolo sui comportamenti sociologici dei lemuri del Madagascar, ne posto un altro riguardante la stessa tematica ma con differenti protagonisti: i lupi.

Tali animali vivono con una struttura organizzata, cacciano trombano e vivono secondo precise gerarchie, determinate dalla possenza fisica ma non solo.

Il branco può avere una dimensione che varia da 4/8 soggetti (nel caso di una famiglia con i cuccioli) fino a contarne più di 20, ove (in genere) varie famiglie si sono unite dando così vita ad un meta branco (o muta).
Un'altro motivo che determina un gruppo così numeroso può essere la grande presenza di cacciagione, che da come risultato una riproduzione ed una sopravvivenza dei cuccioli molto più marcata.

La figura del lupo solitario è più adeguata ai romanzi o ai classicismi, e questo è dato da una ragione molto semplice: E' consolidato che un lupo da solo possa uccidere un cervo (anche di grosse dimensioni) ma ciò comporta grandi rischi, anche il solo ferimento portebbe compromettere le battute di caccia future, determinando così la morte certa dell'esemplare; senza contare che una preda del genere basta a sfamare un gruppo più ampio di individui, come nel caso del primo esempio (4/8 soggetti). Naturalmente più cacciagione ci sarà nei dintorni più la possibilità di vedere branchi numerosi cresce, quindi possiamo affermare senza timore che la dimensione dei gruppi è direttamente proporzionale alla quantità di prede presenti nel territorio.

Concludo brevemente la questione del lupo solitario per poi ricollegarmi al discorso del territorio:
Il lupo solitario è solitamente un vecchio maschio, più raramente una femmina. L'animale può essere esiliato per vecchiaia o per motivi siociali, per esempio per aver cercato di sottrarre durante il periodo dell'accoppiamento una femmina al maschio alfa, quello dominante.
Ma un lupo solitario non è stato necessariamente esiliato, capita anche che decida di allontanarsi di propria volontà. Un motivo può esser quello di cercare altrove una femmina con cui accoppiarsi e mettere su un nuovo gruppo, ma ancora non si son capite benissimo le dinamiche che portano a questa decisione, in quanto si è notato che capita anche quando ci sono più soggetti femminili a disposizione.

Naturalmente la formazione di un nuovo branco può portare a durissime lotte per il controllo del territorio, causando spesso l'eliminazione di quello più debole (normalmente meno numeroso) ma non per forza.
Può capitare che si formi un nuovo branco composto da madre, padre, e cucciolata, ove i cuccioli sono prevalentemente di sesso femminile e vengano tutti accolti senza problemi all'interno di un gruppo più numeroso, oltretutto rispettando "l'affetto" dei due partner del sottogruppo appena arrivato, e rispettandone anche le gerarchie. Insomma, in genere un maschio del grande gruppo non prova a trombarsi la femmina arrivata, in quanto è la compagna di un altro; non solo: nei battibecchi tra il maschio ed il cucciolo/a non si metteranno in mezzo (detto in parole semplici). Ciò non dura molto, in genere dopo un primo periodo di rispetto viene cancellato, dai maschi di rango superiore che sottolineeranno la propria posizione accoppiandosi con quella che precedentemente era la sua femmina. In genere questo periodo è dato dall'età dei cuccioli.

Torniamo al territorio:

Il territorio del branco è formato da tre anelli concentrici. Il più esterno è il territorio di caccia, difeso dai maschi di rango più elevato, cioè quelli più portati fisicamente e psicologicamente a scontri sanguinosi, che spesso ne causano anche la morte.

Il secondo anello (quello centrale) è detto "territorio sociale": si tratta dello spazio ove vengono cresciuti i cuccioli. Uno spazio il più possibile privo di pericoli ma ricco di stimoli, che serve a sviluppare in loro tutte quelle tecniche di caccia che utilizzaranno una volta adulti. Generalmente è ricco di piccole prede che non vengono cacciate dal branco, proprio per permettere ai piccoli di affinare tattica e strategia.

Infine abbiamo "il nucleo" (o "territorio notturno") cioè il territorio più interno, ove troviamo le tane, che sono distribuite secondo un ordine gerarchico ben preciso. Quelle più elevate, quindi più sicure perchè meno raggiungibili da eventuali predatori, sono riservate al capobranco ed ai ranghi più elevati, in genere i maschi più dotati di forza fisica. La tana può essere una grotta o una buca nel terreno appositamente scavata.

All'interno del branco vige una gerarchia sia maschile che femminile, che non è destinata a rimanere immutata nel tempo. Malattie, vecchiaia o lotte possono far "salire o scendere" di status sociale i membri; questo comporta una notevole probabilità di far tramandare solamente i geni degli esemplari migliori, determinando una continua evoluzione del gruppo, inteso proprio come se fosse un unico organismo.

Calma e stabilità nel branco sono sotto la supervisione del maschio alfa, il capo, in quanto ogni cambiamento di status potrebbe mettere in discussione il suo ruolo di leader. Esso mostra indifferenza nei confronti degli altri lupi, sia di alto che di basso rango, comportandosi in modo tollerante ma fermo e sicuro, mettendosi in gioco con tutto il suo potere (carisma) e le azioni che portano ad una sottomissione psicologica degli altri in tutti i momenti di maggiore tensione, come ad esempio nel periodo riproduttivo.
Esso tiene unito il branco, pattuglia e marca (spisciazzando qua e la) il territorio, decide i sistemi di difesa e le strategie di caccia e stabilisce la posizione e l'assegnazione delle tane. Insomma, ogni decisione importante spetta a lui, ed un suo errore se non determina l'eliminazione o la scissione del branco sicuramente causa il suo allontanamento da parte degli altri maschi che si uniscono per cacciarlo.

Di grandissima autorevolezza gode anche la femmina alfa, che assicura una prole al branco; accoppiandosi con il maschio alfa assicura una discendenza con geni di qualità, ma non solo: può anche decidere di accoppiarsi con altri maschi di rango elevato, e questo in alcuni casi è visto di buon occhio dal maschio dominante. Insomma, un metodo naturale ed inconsapevole per assicurare lo scambio di sangue. Da notare che anche al Polo Nord anni fa gli esquimesi offrivano all'ospite la propria moglie, proprio per lo stesso motivo.
L'accoppiamento avviene in primavera e la femmina partorisce da 1 a 11 cuccioli.
Nel periodo dell'estro essa allontana tutte le altre femmine per impedirne la riproduzione, o addirittura arriva ad impedirglielo fisicamente. Questo per tenere sott'occhio il numero di esemplari e quindi la rispettiva grandezza del branco, che se crescesse troppo causerebbe problemi di cibo, che potrebbero esser risolte solamente con l'uccisione di alcuni cuccioli o con una scissione del branco. La scissione è una cosa che va evitata assolutamente in quanto si immette nel territorio (o comunque in quelli circostanti) un altro gruppo antagonista, che sottrarrebbe prede altrimenti loro.
Il fatto che il branco sia sostanzialmente costituito dalla prole della femmina Alfa, avuta da due o più partner, fa della società lupina un matriarcato.
Quando il maschio alfa perde la sua posizione e viene allontanato dal branco essa può decidere di seguirlo, ma generalmente si unisce al nuovo leader (ha molto di umano tutto ciò).

Subito sotto il maschio alfa troviamo il maschio beta, quello di rango appena inferiore; un lupo anch'esso di grandi qualità psicofisiche che si prepara ad essere il successivo capo. Esso svolge un ruolo simile a quello del maschio dominante, ma non può permettersi si essere altrettanto tollerante con gli altri lupi, in quanto essi cercano (a differenza che non l'alfa) di scalzarlo dalla sua posizione, per poter un giorno prendere il potere sul gruppo (e quindi accoppiarsi più frequentemente).

Al di sotto si trovano tutti gli altri lupi, detti "subordinati", che non raggiungeranno mai il ruolo di capo rimanendo sottomessi per tutta la vita, anche se i più coraggiosi non accettano questo ruolo e vivono in uno stato di continuo conflitto.
Essi si trovano perennemente d'innanzi ad un bivio: Da un lato c'è la necessità e la sicurezza di vivere in un branco, dall'altro l'ambizione di risalire la scala gerarchica, per guadagnarsi il diritto alla riproduzione.
Infatti durante tale periodo si verificano dei combattimenti, ma al contrario di ciò che si potrebbe immaginare essi sono "ritualizzati" svolgendosi (proprio come per i [url=http://leganerd.com/2010/11/06/lemuri-del-madagascar-comportamenti-sociologici/]lemuri del Madagascar[/url]) in modo "giocoso" evitando così di giungere ad uno scontro cruento. Non è raro che dopo la sottomissione del più debole gli venga riconosciuto un valore (se ha lottato bene ecc.) sotto forma di "permesso speciale alla riproduzione".
Capita anche che gli esemplari di grado più elevato si coalizzino contro un eventuale sfidante, così da evitare lo scontro a priori.
Per comprendere bene l'importanza di questi "rituali di gioco consiglio caldamente la lettura dell'articolo linkato poche righe sopra.

Sotto tutta la gerarchia troviamo gli anziani, non più in grado di cacciare e quindi di esser produttivi per il resto del gruppe ed i cuccioli, che di chiunque siano figli vengono allevati da tutto il branco.

Fonti:
- Prima di avere questo cane son stato "convivente" con un lupo. Per ovvi motivi mi son dovuto documentare molto, non era proprio come avere un altro canide addomesticato. Avrei preferito mettere la sua foto ma ce l'ho a casa mia sul mio pc.
- Wikipedia.
- http://www.puntodincontro.net

martedì 23 novembre 2010

Può finire il tempo?


Sì. Anzi, no. La fine del tempo sembra tanto impossibile quanto inevitabile. Un paradosso la cui soluzione è suggerita da ricerche recenti in fisica teorica.La teoria della relatività generale di Einstein prevede che il tempo possa avere una fine in condizioni dette di “singolarità” che si verificano per esempio quando la materia raggiunge il centro di un buco nero o l’universo collassa in un big crunch.

Ma la teoria prevede anche che le singolarità siano fisicamente impossibili.

Considerando la morte del tempo come un processo graduale e non improvviso potremmo risolvere questo paradosso.

Il tempo potrebbe perdere le sue numerose caratteristiche una dopo l’altra: la direzionalità, la nozione di durata e il ruolo nell’ordine causale degli eventi.

Infine, il tempo potrebbe portare a una fisica più profonda, che faccia a meno del tempo.

Proviamo ad affidarci all’immaginare anziché alla ragione e alla matematica.

Proviamo ad immaginare la diversa percezione dello spazio e del tempo che ha un pesce confnato in uno stagno e la percezione che ne ha, invece, lo stesso pesce libero di nuotare in mare aperto.
Proviamo ancora a chiederci se, quel pesce immerso nello stagno da quando è nato, immagina che esista, o si accorge, del mondo circostante e della presenza di noi che lo osserviamo. Con ogni probabilità no; a meno che non faccia uno sforzo sistematico e continuo nel tempo di immaginazione. Ovvero non abbia doti naturali non comuni.

Da questo punto di vista, dunque, possiamo concludere che spazio e tempo non esistono; sono il risultato di convenzioni – che possiamo sforzarci di formalizzare con complesse teorie ed equazioni matematiche (utili a vincere un premio nobel, magari) – e nulla più.

La Fisica ci sta sempre più o meno rapidamente arrivando. L’immaginazione può arrivarci immediatamente, fornendoci le spiegazioni più semplici, più ovvie e… più confortanti.

Vi propongo un’interessante articolo che ho inserito su Lega Nerd, tratto dal sito cnim.it che segue il noto ragionamento formulato da più scienziati/teorici sotto un punto di vista fuori dal comune, usando (citando le parole dell’autore) come base l’immaginazione e non la ragione.

venerdì 5 novembre 2010

CroV - Il virus marino gigante


Riporto un altro articolo scientifico che ho scritto su Lega Nerd.

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E’ stato identificato all’inizio degli anni novanta, classificato come virus solamente poco tempo fa dal microbiologo Curtis Suttle (insieme alla la sua équipe della University of British Columbia – Canada) e si chiama CroV. E’ un virus di dimensioni gigantesche, vi basti pensare che il suo genoma è formato da 730 mila paia di basi nucleotidiche (se non sapete cosa sono trovate una breve spiegazione qua) ed è secondo solo a quello del mimivirus Acanthamoeba polyphaga (1,2 milioni di basi).
Lo studio è stato pubblicato sui Proceedings of the National Academy of Sciences che non è riuscito a chiarire bene il ruolo che ha il CroV nell’ecosistema marino, certo è che ci troviamo davanti al più grande nemico del Cafeteria roenbergensis, un protozoo flagellato, che è tra i più attivi ed abbondanti predatori sulla faccia del pianeta ed è fondamentale per il ciclo di alcuni elementi (in particolare il carbonio) e dei nutrienti.

Come ho scritto all’inizio dell’articolo è stato scoperto agli inizi degli anni novanta, ma solamente dopo vent’anni siamo giunti alla conclusione che ci troviamo d’innanzi al secondo virus più grande del mondo.
Un po’ di nozioni base sui virus:
Essi sono “entità” estremamente difficoltose da classificare, ci sono addirittura tutt’oggi dibattiti nell’ambiente scientifico sulla domanda: “Sono esseri viventi o no”?
Questo è dato dal fatto che si riproducono, o meglio utilizzano “elementi” esterni (cellule) per farlo, iniettando dentro loro una sequenza di DNA che obbliga l’unità biologica a produrre altri virus identici, ma sono “organismi” (notare le virgolette) troppo semplici per essere definiti viventi, infatti son formati solamente da una membrana ed una sequenza di dna (detto in due parole).
L’importanza della scoperta di questo virus, o meglio la classificazione in quanto tale, è data dal fatto che mette davvero in crisi chi sostiene che non siano esseri viventi, in quanto non si può più parlare di semplicità, dato il numero di basi nucleotidiche che possiede.
Riporto una frase detta in una conferenza da Curtis Suttle:
“I virus sono considerati organismi semplici perché portano un esiguo numero di geni”, ma la macchina genetica trovata in CroV è pari a quella che caratterizza le cellule degli organismi complessi. E non c’è dubbio che il nuovo arrivato sia solo uno dei tanti, ancora sconosciuti ma indispensabili, virus giganti che abitano i mari”.

Se vi interessa l’argomento “Virus” posso scrivere un post più generale che illustra cosa sono e come agiscono.

Fonti:
Livescience
Wikipedia
Galileonet

Fossile di Leviatano


Recuperati i resti di un antico predatore dei mari: aveva denti lunghi 40 centimetri.Il Leviatano, il mostro marino più volte citato nell’Antico Testamento, riemerge nel deserto del Perù. Un team internazionale, coordinato da Giovanni Bianucci, ricercatore al dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Pisa e da Olivier Lambert, del Musèum national d’Histoire naturelle de Paris, ha scoperto i resti di un enorme cetaceo vissuto tra i 12 e i 13 milioni di anni fa, che ricorda l’antico predatore dei mari. Non a caso, è stato battezzato “Leviathan melvillei”, in onore dello scrittore Herman Melville, autore di “Moby Dick”, che nel suo romanzo più volte menziona questa sorta di essere mitologico, che si diceva creato direttamente da Dio.

Son stati ritrovati i resti di questo vero e proprio mostro marino, un terribile predatore dal cranio lungo tre metri.

Leggi tutto l’articolo.

Guarda la fotogallery.

Ascolta l’intervista a Bianucci.

Lemuri del Madagascar – Comportamenti sociologici


Ultimamente son pieno di lavoro, e non ce la faccio a scrivere su due blog, quindi ho preso l'abitudine di scrivere su Lega Nerd e riportare di qua imiei post.

Prometto che ritornerò a pubblicare anche articoli di design e riempire il forum di risorse per webmaster.

William J.

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Il sifaka di Verraux è un lemure di media taglia.
Come tutti i sifaka ha una lunga coda che utilizza come bilanciere quando salta da un albero all’altro.
Gli esemplari di questa specie vivono in piccoli gruppi da 1 a 10 individui con numero di maschi e femmine più o meno bilanciato.
Le specializzazioni anatomiche degli arti inferiori e superiori rendono questa specie prevalentemente arboricola; i movimenti sul terreno producono una caratteristica andatura a balzi laterali, spesso paragonata ad una specie di danza.
Wikipedia.

I lemuri del Madagascar, detti anche Propithecus Verreauxi o ancora Sifaka di Verraux, sono dei primati (proscimmie) con particolari comportamenti che definirei tanto bizzarri quanto evoluti.

Sesso a pagamento.
Credevate che fosse una prerogativa della nostra specie? Ebbene no.
A differenza degli altri animali, in cui le femmine vengono considerate esseri puramente da riproduzione con conseguente sottomissione, gli esemplari maschi di questi simpatici animaletti devono fare dei favori ben specifici “mercanteggiando” di fatto l’accoppiamento.
La scoperta fatta da un gruppo di biologi italiani dell’Università di Pisa ha dell’eccezionale, in quanto fino ad ora si credeva che questa fosse una prerogativa unicamente dei primati così detti “superiori” (alcune scimmie e l’uomo); essi in questo modo hanno dimostrato che già nei primati ancestrali (proscimmie) vige una sorta di “regolamento politico” dello scambio dei favori ed il sesso forte non è dato dalla potenza muscolare (quindi dalla maggiore possibilità di reperire cibo) bensì dal dono della fertilità.

E’ interessante fare un paragone con l’economia e la politica umana, ove la chiave che determina il potere sono le relazioni non paritarie tra gli individui, nel caso animale tra maschi e femmine. Partendo dal presupposto che se gli esemplari “pisellati” non riescono ad esercitare la coercizione (potere fisico) si trovano di fatto costretti a “scendere a patti” con l’altro sesso (potere politico/economico) dando la maggior parte del potere sociale alle femmine, che formano coalizioni tra loro anche perchè nel caso dei lemuri del Madagascar gli esemplari di ambedue i sessi hanno anche la stessa stazza fisica.

“Insomma, non solo puoi donare la vita ma puoi anche riempirmi di mazzate, quasi quasi nella prossima vita mi reincarno mantide religiosa, esemplare sempre maschile, ovviamente” {Cit. di un Lemure del Madagascar} ( :D )
I biologi hanno osservato, nel sud del Madagascar, un gruppo di sifaka per quattro mesi, registrando comportamenti tra cui aggressioni, accoppiamenti, marcature (effettuate dai maschi tramite ghiandole del collo e ano-genitali), e grooming (o spulciamento), che nei primati è importantissimo per le sue funzioni igieniche (pulizia) e di collante sociale. Le analisi hanno rivelato, in generale, che lontano dalla stagione riproduttiva maschi e femmine scambiano grooming per grooming (interchange), mentre durante l’estro femminile la situazione cambia: le femmine non offrono più grooming ma la loro disponibilità ad accoppiarsi. I risultati evidenziano che, subito prima della stagione degli amori, i maschi competono attraverso “slogan odorosi”: i maschi che marcano di più in prossimità delle femmine sono quelli che hanno l’accesso prioritario alle medesime, probabilmente perché le secrezioni ghiandolari contengono informazioni utili (tra cui se il maschio è dominante o no).

Tutto ciò che ho citato qua sopra non è sufficiente, infatti gli studiosi hanno constatato che gli esemplari maschili che si accoppiano maggiormente sono quelli che attuano più favori spulciando la femmina, ma sopratutto si accoppiano più volte con lo stesso esemplare, determinando di fatto il “favore at personam”.



Intervista a Elisabetta Palagi, coordinatrice del gruppo di ricercatori pisani che ha osservato questo comportamento nei lemuri.

[mp3]http://www.mentedigitale.org/news/wp-content/uploads/2010/11/Lemuri_sesso.mp3[/mp3]





Quello dell sesso a pagamento non è l’unica particolarità sociologica dei lemuri, un’altra assolutamente da citare è il fatto che sconfiggono la xenofobia con il gioco e di questa scoperta dobbiamo ringraziare ancora una volta il gruppo di biologi pisani citato sopra.
Dal greco: xénos, straniero e phobos, paura. Paura di ciò che è straniero.

Utilizzare il gioco per ridurre e attenuare la paura dello straniero.
Già nell’antichità il gioco copriva un ruolo fondamentale per ridurre o almeno attenuare la xenofobia.
Platone sosteneva che: “Si può scoprire di più su una persona in un’ora di gioco, che in un anno di conversazione” {Cit. La Repubblica, di Platone} e secondo la mitologia greca l’oracolo di Delfi disse al re dell’Elide, che il dio Apollo aveva ordinato l’istituzione di competizioni sportive a Olimpia così da porre fine alle guerre del Peloponneso. La storia reale ci dice che venne stipulato un contratto di pace (tregua olimpica) tra tutte le regioni partecipanti e che ad oggi è stato il più duraturo.

Torniamo agli animali.
Come dicevo il gruppo di ricerca del Museo di Storia Naturale dell’Università di Pisa ha scoperto che l’importante ruolo che ha il gioco nell’abbattimento dell’intolleranza sociale verso il diverso è una prerogativa non soltanto umana ma anche delle proscimmie, nostri lontani parenti, e quindi con tutta probabilità anche dei nostri antenati; utilizzano quindi il comportamento ludico con le stesse finalità utilizzate dalla nostra specie.
Nei Propithecus Verreauxi (sempre gli stessi lemuri) gli esemplari maschi “migrano” in cerca di femmine da un gruppo all’altro, scatenando inizialmente violenti scontri (risposta xenofobica da parte dei maschi del gruppo) che poco a poco si “trasformano” in gioco. Quando inizia questa fase non si notano più differenze comportamentali tra “gli interni” e gli “esterni” che vengono trattati a tutti gli effetti come membri appartenenti (controllo).
“L’aspetto più interessante della ricerca – commenta la dottoressa Palagi – è che essa rovescia la prospettiva comune. Tutti pensano al gioco come a un comportamento che viene inibito in caso di stress sociale, mentre in questo caso si dimostra che serve proprio per gestire lo stress sociale. Molti, inoltre, pensano al gioco come un comportamento non strettamente legato alla sopravvivenza, ma nel caso dei Sifaka sembra invece avere un ruolo molto importante per evitare gravi conseguenze dovute ad aggressioni da parte di individui estranei al gruppo”. Su questi presupposti stimolanti, la ricerca continuerà nel 2011. È già prevista, infatti, una nuova raccolta di dati utili per chiarire altri aspetti relativi sia al gioco che ad altri comportamenti sociali, quelli in particolare che inducono e limitano lo stress negli individui.L’articolo degli studiosi pisani, dal titolo “Stranger to familiar: wild strepsirhines manage xenophobia by playing” è liberamente consultabile e scaricabile dal sito
ilgiornale.unipi.it

Ecco che giungiamo alla conclusione che il gioco ha un ruolo assolutamente fondamentale per l’accettazione tra individui estranei al gruppo analogamente a come accadde in Grecia tra le diverse popolazioni ed i giochi olimpici.



Intervista a Elisabetta Palagi.

[mp3]http://www.mentedigitale.org/news/wp-content/uploads/2010/11/lemuri_xenofobia.mp3[/mp3]





Ricerca (in inglese) pubblicata dall’equipe di biologi dell’università di pisa.

Fonti: Wikipedia, Moebiusonline, Plosone, ilgiornale.unipi.it.

mercoledì 6 ottobre 2010

Nuova cura sperimentale contro il cancro

Nella ricerca per arrestare lo sviluppo e la diffusione dei tumori, ci sono stati molti tentativi di indurre i geni del cancro ad ignorare il loro “comportamento”.

In un nuovo studio, una squadra degli scienziati dell’istituto del Dana-Farber Cancer ha generato la prima molecola in grado di impedire ai geni del cancro le istruzioni relative all’ avvio del processo cancerogeno.

Lo studio, dimostra che proteine che causano gli ordini di inizio e di arresto al gene del cancro – conosciuto come “lrttore epigenetico” (Nota – tradotto letteralmente) delle proteine – possono essere designate per le terapie future destinate alla lotta contro il cancro.

La ricerca è relativa ad una tipologia di cancro raro (ma devastante) che colpisce bambini e soggetti più giovani e nessuna potenziale terapia ha raggiunto mai la fase di sperimentazione in un test clinico.

James Bradner, afferma che “Negli ultimi anni, è stato evidente che poter controllare l’attività dei geni del cancro, relativi alle istruzioni di ‘on-off’, può essere un metodo ad alto impatto sulla malattia”.

“Se potete spengere i geni di sviluppo della cellula tumorale, la cellula morirà; alternativamente, inserendosi un gene del tessuto si può indurre una cellula tumorale a trasformarsi in in una cellula più “normale”.

In questo studio, il laboratorio del Bradner ha sintetizzato una molecola che ha entrambi gli effetti.

La cura riuscirebbe a svolgere un ruolo regolatore.

Il DNA del gene è impaccato in una sostanza denominata cromatina, che è “il posto ove sono scritte” le istruzioni per cominciare o cessare l’attività. Queste istruzioni hanno ruolo di “segnalibri”.

Un altro gruppo di proteine epigenetiche, conosciuto come “cancellatrici” (ho riportato il termine tradotto, non so equivale al termine clinico italiano) può rimuovere i suddetti segnalibri.

Entrambi i tipi di proteine sono stati sperimentati dai ricercatori con successo, utilizzando molecole fatte in laboratorio o prese in natura. Il loro successo ha suscitato vivo interesse nello sviluppo delle terapie anticancro che funzionano come “ostruttrici” di tali proteine.

Una terza varietà di proteine epigenetiche che commuta i geni di “accensione o spegnimento”, sempre in grado di “leggere” i segnalibri, ha ricevuto l’attenzione scientifica limitata. Bradner ed i suoi colleghi si sono girati verso questa zona inesplorata della biologia mettendo a fuoco sulle cellule di NMC. La malattia è causata “da uno spostamento cromosomico”, nella quale due geni dai cromosomi differenti sono collegati e provocano una proteina anormale e fusa conosciuta come BRD4-NUT.

Una revisione della letteratura scientifica ha suggerito che alcuni membri della famiglia del benzodiazepine delle droghe, che include il valium, Xanax e Ativan, fossero attivi contro le proteine “del bromodomain” quale BRD4.

Con quell’ indizio, Bradner ed il suo collega hanno generato un allineamento delle molecole per vedere se riuscissero ad inibire una proteina “del lettore” del gene di BRD4-NUT.

Una molecola ibrida ha risposto in modo abbastanza convincente, i ricercatori l’hanno chiamata JQ1, per Qi.

I ricercatori hanno collaborato con quelli statunitensi per imparare più circa le proprietà di JQ1 e come funzionano in cellule.

Olaf Wiest, docente e ricercatore dell’università di Notre Dame, ha indicato che la molecola è meno flessibile in presenza di una proteina, e spiega perché la ostruisce così efficacemente; ed Andrew Kung, ha costruito i modelli animali in cui la molecola potrebbe essere provata contro i tumori di NMC.

I ricercatori hanno trapiantato le cellule di NMC dai pazienti in cavie da laboratorio, dotati di molecola JQ1.

“L’attività della molecola era notevole” – dice Bradner, che è inoltre un membro e socio del programma chimico di biologia dell’ istituto di Harvard e del MIT – “Tutti i topi alla quale è stato “impiantato” il JQ1 è sopravvissuto; tutti gli altri son morti”.

Per ora, JQ1 è il programma più utile per la comprensione del carcinoma, e Bradner e i suoi colleghi stanno studiando la molecola per elevarne l’efficacia.

Finalmente questa, o una simile molecola, può essere la base per la prima efficace terapia contro il cancro.

“La malattia tende a diffondersi nella cassa (? cassa toracica?), nella testa, o nel collo, lungo la linea centrale verticale del corpo (vertical centerline of the body, è la colonna vertebrale?) con sviluppo di tumore e metastasi aggressivi”, spiega Bradner.

Diverso della maggior parte dei cancri, il tessuto del NMC non è conosciuto. È una malattia definita interamente dalla relativa firma genetica (la presenza del gene spostato BRD4-NUT) e prima della relativa identificazione genetica da parte di Christopher French non era mai stata riconosciuta come malattia distinta.

“Questa ricerca ulteriore illustra la promessa della medicina,cioè la capacità di trasportare le molecole selezionate alle proteine responsabili della malattia, con il minimo deglli effetti collaterali.

Lo sviluppo di JQ1 o di una molecola simile può produrre la prima terapia specificamente progettata per i pazienti con NMC”.
Il testo originale è nello spoiler sottostante.
In the quest to arrest the growth and spread of tumors, there have been many attempts to get cancer genes to ignore their internal instruction manual. In a new study, a team led by Dana-Farber Cancer Institute scientists has created the first molecule able to prevent cancer genes from “hearing” those instructions, stifling the cancer process at its root.The study, published online by the journal Nature, demonstrates that proteins issuing stop and start commands to a cancer gene – known as epigenetic “reader” proteins – can be targeted for future cancer therapies. The research is particularly relevant to a rare but devastating cancer of children and young adults known as NUT midline carcinoma (NMC) – a disease so obstinate that no potential therapy for it has ever reached the stage of being tested in a clinical trial.

“In recent years, it has become clear that being able to control gene activity in cancer – manipulating which genes are ‘on’ or ‘off’ – can be a high-impact approach to the disease,” says the study’s senior author, James Bradner, MD, of Dana-Farber. “If you can switch off a cancer cell’s growth genes, the cell will die. Alternatively, switching on a tissue gene can cause a cancer cell to become a more normal tissue cell.”

In this study, Bradner’s lab synthesized a molecule that has both effects: by blocking a specific abnormal protein in NUT midline carcinoma cells, it stops them from dividing so prolifically and makes them ‘forget’ they’re cancer cells and start appearing more like normal cells.

The assembled molecule affects the cell’s multi-layered apparatus for controlling gene activity, a set of structures collectively known as the epigenome. Vast portions of each gene play a regulatory role, dictating whether the gene is active, busily sending orders for new proteins, or inactive, and temporarily at rest. The gene’s DNA is packaged in a substance called chromatin, which is the slate on which instructions to begin or cease activity are inscribed.

The instructions themselves take the form of “bookmarks,” substances placed on the chromatin by so-called epigenetic “writer” proteins. Another group of epigenetic proteins, known as “erasers,” are able to remove the bookmarks. Both types of proteins have successfully been disabled by scientists, using molecules made in the lab or taken from nature. Their success has sparked intense interest in the development of anti-cancer therapies that work by blocking such proteins.

A third variety of epigenetic proteins – potentially the most appealing as therapeutic targets, because they switch genes on or off by “reading” the bookmarks – has received scant scientific attention. Bradner and his colleagues turned to this little-explored corner of biology by focusing on NMC cells.

The disease is caused by a chromosomal “translocation,” in which two genes from different chromosomes become connected and give rise to an abnormal, fused protein known as BRD4-NUT. A review of the scientific literature suggested that some members of the benzodiazepine family of drugs, which includes Valium, Xanax and Ativan, are active against “bromodomain” proteins such as BRD4. With that as a clue, Bradner and his Dana-Farber colleague Jun Qi, PhD, created an array of molecules to see if any inhibited a “reader” protein of the BRD4-NUT gene. One did, quite convincingly – a hybrid molecule, which researchers named JQ1, for Qi.

The investigators worked with researchers in the U.S. and overseas to learn more about the properties of JQ1 and how it works in cells. Stefan Knapp, PhD, of Oxford University in England, provided crystal-clear images of the molecule bound to a protein; Olaf Wiest, PhD, of the University of Notre Dame, showed that the molecule is less flexible in the presence of a protein, explaining why it so effectively blocks the protein; and Andrew Kung, MD, PhD, of Dana-Farber, engineered animal models in which the molecule could be tested against NMC tumors.

The animal studies were especially encouraging. Investigators transplanted NMC cells from patients into laboratory mice, which were then given the JQ1 molecule.

“The activity of the molecule was remarkable,” says Bradner, who is also an associate member of the Chemical Biology Program at the Broad Institute of Harvard and MIT. “All the mice that received JQ1 lived; all that did not, died.”

For now, JQ1′s main utility is as a probe for better understanding the biology underlying NUT midline carcinoma. Bradner, Qi and their colleagues are tweaking the molecule to maximize its effectiveness as a BRD4-NUT stopper. Eventually, it, or a similar molecule, could be the basis for the first effective therapy against NMC.

“The disease tends to arise in the chest, head, or neck, along the vertical centerline of the body, with aggressive tumor growth and metastasis,” Bradner explains. “Patients may have a brief response to chemotherapy, but they eventually succumb to the spread of the disease.”

Unlike most cancers, NMC’s tissue of origin isn’t known. It is a disease defined entirely by its genetic signature – the presence of the translocated gene BRD4-NUT. Prior to its genetic identification by Christopher French, MD, of Brigham and Women’s Hospital and a study co-author, NMC wasn’t recognized as a distinct disease.

“This research further illustrates the promise of personalized medicine,” Bradner remarks, “which is the ability to deliver selected molecules to cancer-causing proteins to stop the cancer process while producing a minimum of residual side effects. The development of JQ1 or similar molecule into a drug may produce the first therapy specifically designed for patients with NMC.”

Provided by Dana-Farber Cancer Institute


Fonte.
Bazingato da Flavio Bernardotti su Facebook.

Se ci fossero imprecisioni di traduzione segnalatemele che le correggo. Aggiungo che non essendo un ricercatore qualche termine tecnico mi è ignoto; ho segnalato nell’ articolo quelli che non conosco.

Speriamo sia di buon auspicio.

Scritto su Lega Nerd

Tecnologia ed onde cerebrali






Just 23 characters long, his message, “using EEG to send tweet,” demonstrates a natural, manageable way in which “locked-in” patients can couple brain-computer interface technologies with modern communication tools.

Leggi tutto l’ articolo.

Un allievo iscritto alla facoltà di ingegneria biomedica alla University of Wisconsin-Madison ha sviluppato il casco (ed il relativo software) che potete vedere nel video, allo scopo di dare la possibilità ai paraplegici di interagire con i pc.
Il filmato riporta un post scritto su Twitter utilizzando questa tecnologia.

L’ azienda americana Ambient ha invece realizzato una sedia a rotelle radiocomandata, il cui centro di controllo dipende dalle onde cerebrali.





L’innovativo ritrovato segnalato dal New Scientist basa il suo funzionamento su Audeo, un collare da indossare all’altezza della laringe sviluppato da Michael Callahan e Thomas Coleman dell’Università dell’Illinois a Urbana-Champaign, fondatori di Ambient, in collaborazione con il Rehabilitation Institute of Chicago. Audeo è in grado di tracciare i segnali elettrici trasmessi dal cervello alla laringe attraverso le terminazioni nervose, convertirli in particolari “keyword” e istruire il computer collegato alla sedia – per mezzo di un network cifrato senza fili – a riconoscere quelle parole chiave come comandi elettronici di movimento.

Leggi tutto l’ articolo.

Ma se pensate che tecnologie simili siano (ad ora) solamente in grado di far muovere due ruote o digitare lettere e comandi base vi sbagliate:
Per partecipare a una battaglia tra robot nella versione giapponese dello show televisivo “Robot Wars”, Taku Ichikawa – un ricercatore dell’ università di Tokio – ha costruito un robot che si muove sfruttando lo stesso principio.



We now have more proof from the front lines of robotics research that the upcoming sci-fi epic The Surrogates is simply an early look at the very real near future. Created by indie-tinkerer Taku Ichikawa of the University of Electro-Communications in Tokyo, this new robot actually responds to the thoughts of its master.The non-invasive thought-control interface was specially designed to help Ichikawa and his robot successfully compete in the latest Robo-One robot battle in Toyama, Japan. While the implications for future surgery and space exploration using this human-to-robot dynamic are fascinating, the possible gaming applications are enough to boggle the mind.

Nel 2009 la Intel sostenne che entro 10 anni verranno accantonati mouse, eastiera ed altre periferiche simili sostituendole con le onde cerebrali.
Fonti:
1, 2, 3, 4, 5.
La prima parte relativa a Twitter mi è stata bazingata da Flavio Bernardotti su facebook.

Articolo scritto su Lega Nerd.