domenica 20 marzo 2011

Il loto d’oro (sancun jinlian)


Articolo inserito su Lega Nerd.


Quando avevo sette anni, mia madre mi lavò i piedi, li cosparse di allume e mi tagliò le unghie. Poi mi piegò le dita contro la pianta del piede, legandomele con una fascia lunga tre metri e larga cinque centimetri, cominciando dal piede destro e passando poi al sinistro.Mi ordinò di camminare, ma quando ci provai, il dolore fu insopportabile. Quella notte mi sentii i piedi in fiamme e non riuscii a dormire; mia madre mi picchiò perché piangevo. Nei giorni seguenti cercai di nascondermi, ma fui costretta a comminare sui miei piedi. Dopo alcuni mesi, tutte le dita, tranne l’alluce, erano schiacciate contro la superficie interna. Mia madre mi tolse le bende e lavò il sangue e il pus che mi colavano dai piedi.

Mi disse che solo rimuovendo a poco a poco la carne i miei piedi sarebbero diventati snelli. Ogni due settimane mi mettevo delle scarpe nuove: ogni nuovo paio era di qualche millimetro più piccolo del precedente. D’estate i piedi puzzavano tremendamente di pus e di sangue, d’inverno erano gelidi per la mancanza di circolazione. Le quattro dita arricciate all’indietro sembravano bruchi morti. Ci vollero tre anni perché potessi calzare le scarpe di otto centimetri, le mie caviglie erano sottili, i piedi erano diventati brutti e ricurvi”.

Con il romantico termne “Loto d’oro” viene intesa la deformazione dei piedi praticata in Cina fino ad una settantina di anni fa.

Negli anni ’20, con la caduta di un impero durato circa duemila anni, tale pratica venne resa illegale, ma è continuata nelle periferie delle varie città fino al 1949, cioè fino a quando Mao Zedong proclamò la fondazione della Repubblica Popolare Cinese dalla Piazza Tian’anmen, a Beijing (1° ottobre 1949).

Il termine “Loto D’oro” deriva probabilmente dall’andatura oscillante che assumevano le donne sottoposte a tale “pratica” mentre camminavano, per via dei piedi che arrivavano a misurare una lunghezza tra i 7 e i 12 centimetri.

Per arrivare alla forma desiderata i piedi venivano tenuti fasciati per un periodo di tempo variabile da tre a 10 anni, prima piegando dal secondo al quinto dito (lasciando quindi il l’alluce disteso) e in un secondo tempo avvicindo il “ditone” ed il tallone inarcando il collo del piede. In questo modo avveniva una deformazione delle ossa metatersali e delle articolazioni.

Inoltre i piedi venivano costretti in scarpine letteralmente a misura di bambola, e necessitavano di continue cure in quanto pus ed ulcere si formavano in continuazione e solamente dopo molti anni il corpo riusciva ad abituarsi a tale deformazione. I calli che si formavano di conseguenza venivano “asportati” e non raramente diventava necessario effettuare un taglio sotto la pianta del piede per asportare la carne in eccesso.

Le scarpine venivano fabbricate su misura dalla donna sottoposta “al trattamento”, erano lavorate minuziosamente e potrebbero essere paragonate a vere e proprie opere d’arte; più la calzatura era piccola e lavorata e maggiori erano le possibilità di trovare un marito facoltoso.

Noi occidentali fin dai primi viaggi in Cina rimanemmo stupiti e sconcertati da tale pratica, ma potrebbe essere paragonata a quella del busto (o corpetto, in voga qui da noi fino ad un secolo fa) che deformava le costole, spostava gli organi interni e poteva compromettere la gravidanza.

La leggenda vuole che la prima donna a praticare su se stessa il Loto d’oro fu una concubina imperiale (circa 900 d.C.), che per aggraziarsi i favori dell’imperatore si fasciò i piedi con della seta bianca e ballò per lui la “Danza della luna sul fiore del Loto”.

Inizialmente il Loto d’oro veniva praticato per motivi puramente estetici (anche qui il piede piccolo è sinonimo di bellezza ed anche i tacchi a spillo danno un’andatura “oscillante” alle donne) per poi diventare un vero e proprio simbolo di status sociale. Una donna con i piedi fasciati non poteva ovviamente svolgere lavori nei campi o di fatica, quindi evidentemente doveva avere un marito facoltoso che provvedesse al mantenimento della famiglia. Il prezzo di una concubina veniva fissato anche dalla dimensione dei piedi.

La punta del piedino sporgeva appena dai pantaloni, solitamente col bordo dorato per attirare l’attenzione, creando un gioco di “vedo-non vedo” ritenuto ai tempi eccitante ed erotico, al pari del seno di oggi che può essere intravisto con una maglia scollata. La minuta dimensione dei piedi manteneva i muscoli delle gambe sempre in tensione, modellandole ed ingrossando gli aduttori e restringendo (nell’immaginario maschile) la vagina.

Qui sotto trovate una gallery con radiografie, schemi delle deformazioni ossee, immagini di piedi “sottoposti al trattamento”, scarpine e le foto di un’anziana signora con i piedi dal “Loto d’oro”.

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iLabs Singularity Summit – 2/5 – Intervento di Raymond Kurzweil



Articolo inserito su Lega Nerd e su postumano.com (blog di Daniele Bossari).

Raymond Kurzweil, inventore, scienziato e imprenditore. Nasce a New York il 12 febbraio 1948, si laurea in Informatica e Letteratura al MIT. Definito “the restless genius” dal Wall Strett Journal, è uno dei principali inventori viventi, nonchè esponente mondiale della Singolarità tecnologica. [spoiler show="Mostra approfondimento" hide="Nascondi approfondimento"]



Comincia la sua eccezionale carriera di inventore al liceo, quando scrive il suo primo programma di riconoscimento di motivi musicali, in grado di analizzare i lavori di compositori classici e proporne di nuovi nello stesso stile; all’inizio dell’università crea il Select College Consulting Program, un programma per associare studenti di liceo a università con determinati requisiti.

E’ considerato un pioniere assoluto nel campo del riconoscimento pattern e della sintetizzazione sonora: alla Kurzweil Computer Products si deve il primo sistema di riconoscimento caratteri – il papà di tutti gli OCR – nonché il primo sintetizzatore text-to-speech. L’unione delle due invenzioni divenne la famosa Kurzweil Reading Machine, in grado di dare alle persone cieche la possibilità di capire un testo scritto tramite la lettura automatica dello stesso.

Negli anni Ottanta crea una nuova generazione di tastiere elettroniche in grado di simulare un gran numero di strumenti: per la prima volta, musicisti professionisti non riescono a distinguere il suono di un pianoforte reale da uno simulato.

Dagli inizi degli anni Novanta, Kurzweil è diventato uno scrittore e divulgatore di successo internazionale su temi di Intelligenza Artificiale e futurologia: in particolare, è oggi tra i maggiori esponenti mondiali dell’estensione radicale della vita umana, possibile grazie al raggiungimento della cosiddetta Singolarità tecnologica.


Fondatore della Singularity University e primo speaker allo storico Singularity Summit di Stanford nel 2006, insignito di 16 lauree honoris causa, vincitore di premi quali l’Arthur C. Clarke Lifetime Achievement Award, la National Medal of Technology e il Lemelson-MIT Prize, Raymond Kurzweil è riconosciuto all’unanimità come una delle più grandi menti nella tecnologia del nostro tempo.

http://www.singularitysummit.it


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Eccoci alle seconda parte (di 5) dell’articolo riguardante il “Singularity Summit” organizzato dall’iLabs al Museo della Scienza e della Tecnica di Milano.
Leggi l’articolo precedente.

Raymond Kurzweil è il primo a salire sul palco. Si presenta come un uomo fisicamente ben diverso dalla classica foto che troviamo in internet o sui libri, mi verrebbe da dire con un’età biologica ben più avanzata. Accendo il traduttore ed ascolto la sua esposizione che incomincia parlando delle aspettative che aveva riguardo ai pc negli anni ’80, affermando che in quella data comprese il segreto del successo umano: Padroneggiare il tempo.

Il discorso si evolve sulla tematica di come internet abbia influenzato lo sviluppo tecnologico in maniera democratica, cioè di come grazie alla rete sia oggi possibile fare successo con pochi capitali (vedi Facebook e Google) e di come aiuti la scienza a prescindere dalla nazionalità dell’internauta-ricercatore. La sua associazione (B.I.O.) si occupa proprio di cercare di prevedere come si svilupperà la tecnologia nel futuro, cercando anche di dare delle date ai vari passi fondamentali che compierà: Per esempio sostiene che il passaggio definitivo delle stampanti da 2D a 3D sarà nel 2020 (vedi foto 2, il violino in secondo piano è stato “stampato/creato” con questa tecnologia).

Molto interessante la riflessione sullo sviluppo non lineare ma esponenziale della telecomunicazione: Il primo telefono ci mise cinquant’anni ad arrivare alle masse, il cellulare sette anni ed infine i social network tre anni.
Credo che ciò renda benissimo l’idea di sviluppo esponenziale, che a livello cellulare riguarda anche gli esseri umani e l’invecchiamento.

Per unire la tematica “tecnologia” alla sfera della biologia prende come esempio le A.I (intelligenze articiciali) menzionando il computer Watson che vinse una sfida durante noto programma televisivo americano Jeopardy (ne abbiamo parlato qui e qui) e di come riesca ad elaborare risposte complesse prendendo come enorme database internet in un tempo largamente inferiore rispetto ad un essere umano.
Paragona i geni a dei software, in quanto sono delle sequenze di dati, ovvero dei ricettori (come degli nei linguaggi di programmazione).
Prendendo degli specifici geni ed inserendoli all’interno del nucleo dei mitocondri verrebbero cambiati alcuni “limiti” (ha gesticolato le virgolette) aumentandone il ciclo vitale fino a 120 anni, e di conseguenza quello dell’organismo umano.

Egli sta attualmente scrivendo un libro sul funzionamento del cervello umano, nella quale spiega che la neocorteccia (o isocorteccia) possiede 1 miliardo di neuroriconoscitori di simboli, quindi trovandosi per esempio di fronte alla parola “Apple” riconoscerà prima la lettera “A” poi la “P” e così via, fino ad unire il tutto. Personalmente non mi trovo completamente daccordo con quest’ultima affermazione, in quanto se noi mischiamo le lettere di ogni parola all’interno di una frase (lasciando nella giusta posizione solamente quella iniziale e quella finale) il cervello le riconoscerà comunque, quindi credo di poter affermare tranquillamente che non vengono riconosciute in ordine (a cascata) bensì in un “insieme”.
“Qeutsa farse ne è un emesipo”.

Altri neuroriconoscitori comprendono il “senso” di una parola all’interno di un contesto, per esempio nel caso dell’ironia, associandole così un nuovo significato rispetto a quello originario.
Secondo i suoi calcoli nel 2028 saremo in grado di avere una simulazione completa di una corteccia cerebrale, ma non sarà ancora in grado di funzionare al 100% perchè il secondo passo sarà quello di “insegnarle” tutta quest’ultima parte (quale l’ironia).

L’intervento si conclude con una domanda seguita da una risposta aperta:
“Quali implicazioni avrà tutto ciò nella vita umana? Non ci è dato di saperlo”.

Nell'approfondimento trovate il dibattito, vi consiglio di leggerlo perchè sono uscite un sacco di questioni interessanti.


[spoiler show="Mostra approfondimento" hide="Nascondi approfondimento"]D=domanda, R=risposta.

D: Lei è a favore del transumanesimo?
R: No, io sono contro il transumanesimo perchè trascenderemmo i limiti della nostra biologia, ma sono a favore di una scienza che cammina a braccetto con la nostra umanità.

D: Il progresso (inteso come raccolta dati nel campo della ricerca) è concentrato nei paesi industrializzati. Secondo Lei la tendenza sta cambiando?
R: Credo che oggi non sia più importante se una scoperta la fa un ricercarore cinese, americano o europeo, perchè darà beneficio a tutti. Dobbiamo ragionare così per il bene della scienza; internet in questo senso aiuta perchè ha aumentato a dismisura la condivisione dei dati e dele informazioni. Più passerà il tempo e sempre più proposte arriveranno a sempre più persone.

D: Qual’è la natura del fenomeno della singolarità? E’ un fenomeno ordinato o caotico?
R: Il termine “singolarità” è una cosa molto intensa, come il centro di un buco nero. C’è un orizzonte degli eventi ove è difficile vedere oltre, ma non impossibile.
La singolarità è un esplosione di intelligenza che aumenta in modo esponenziale, che nel 2045 avremo moltiplicato fondendola con la tecnologia.

D: Il software è scritto in codice binario, mentre quello umano in quaternario (gli aminoacidi sono 4 – N.D. William J.). Non trova azzardata la similitudine che ha fatto prima?
R: Si può rappresentare tutto con 2 bit. Ragionando parallelamente, il cervello esegue miliardi di operazioni al secondo, però il suo sviluppo è molto lento. Con 2 bit facciamo tutto ma facendo sviluppare molto più velocemente (si riferisce allo sviluppo tecnologico – N.D. William J.).

D: Sono Daniele Bossari: So che durante una ricerca in campo farmaceutico Lei ha assunto delle pillole per modificare una debolezza cardiaca causata geneticamente. Come va l’esperimento?
R: Per ora bene (sorrisi in sala). Il prossimo passo sarà provare a sostituire le pillole con la nanotecnologia. Uno dei processi di invecchiamento riguarda la cute. Ora possiamo modificarlo (N.D. William J. – Scriverò a riguardo nel quinto articolo della serie).

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Nel prossimo articolo, il terzo, riporterò l’intervento di Gabriele Rossi, il fondatore di iLabs e C.E.O. Diagramma.

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iLabs Singularity Summit – 1/5


[Articolo inserito su Lega Nerd]


Data la mole degli argomenti trattati dividerò l’articolo in cinque parti; questo sarà di presentazione del summit, scriverò le impressioni personali e come si è svolto, così da dare l’idea dell’atmosfera che si è respirata. Gli altri quattro saranno uno per ogni professore che ha parlato sul palco, che pur con lo stesso obiettivo hanno affrontato argomenti molto differenti tra loro.

Arrivo al Museo della scienza e della Tecnica di Milano alle 9:20 e c’è una ressa enorme, circa duecento persone; tutti son li per l’evento: il Singularuty Summit organizzato da iLabs.

Gli argomenti che verranno trattati riguarderanno la sfera della semi-immortalità, cioè come rendere l’essere umano il più longevo possibile, utilizzando tecnologie, medicina, miglioramento della qualità di vita e non mancheranno riflessioni condite da domande poste dal pubblico presente in sala, che comprende anche geniali professori di filosofia e fisica quantistica, noti a livello mondiale.
Mi aspetto grandi cose, scoprirò di avere ragione.

Prima di tutto noto che non è presente solo una tipologia di persone, siamo tanti e tutti diversi. Dall’ottantenne plurilaureato al ventenne che deve scrivere la tesi; un paio notano la mia felpa di LN e vengono a parlarmi. Tra loro non c’è neanche una donna, uffa.

Prima di entrare in sala ci equipaggiano di traduttore simultaneo inglese-italiano, matita ed una cartelletta contenente programma e schede informative.
Programma:


9:30-10:00 Registrazione

10-:0011:00 Raymond Kurzweil (fondatore Kurzweil Technologies)

11:00-12:00 Gabriele Rossi (fondatore iLabs e C.E.O. Diagramma)

12:00-12:45 Dibattito

Pranzo

14:00-15:00 Antonella Canonico (fondatore C.E.O iLabs)

15:00-16:00 Aubrey De Grey (fondatore Sens Foundation)


Chiedo il permesso di fare delle fotografie, dopo un po’ riesco ad ottenerlo. Entro.
Il mio posto è in quartultima fila, sono davvero lontano, ma iniziato l’evento mi alzo per scattare le fotografie da un’angolazione migliore avvicinandomi al palco per le vie laterali. Noto che in prima fila ci sono due posti liberi, zitto zitto mi siedo e visto che nessuno mi dice nulla, tutto felice inizio a fare il mio dovere di reporter. Dietro di me c’è seduto Daniele Bossari, che più in la si rivelerà una persona ferrata nella materia trattata nel summit.

Dopo i primi due interventi sono le 13:00, quindi è arrivato il momento del pranzo: Lasagne, brasato, patate al forno, dolci vari, spumante, bevande analcoliche varie e caffè. Tutto davvero squisito, non hanno badato a spese.

Rincominciano i lavori, che si protraggono fino alle 17:00 circa.

Posso affermare che è stato uno dei summit più interessanti alla quale abbia partecipato, soprattutto per l’ultimo ospite: Aubrey De Grey (Sens Foundation); una mente allucinante, son rimasto letteralmente a bocca aperta durante tutta la sua esposizione.

Come ho scritto seguiranno altri quattro post: uno per ogni professore.

Nella gallery potete ammirare lo splendido Museo della Scienza e della Tecnica (ove si può fotografare) ed i graffiti presenti al suo interno.

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giovedì 13 gennaio 2011

Ad oggi quante armi esporta l’Italia?




[Articolo inserito su Lega Nerd]

E’ cosa vecchia e risaputa il fatto che la FIAT anni fa (neanche troppi) vendesse le mine antiuomo all’Israele e le ambulanze alla Palestina, un modo che personalmente associo al “Prima te li facciamo saltare e poi li ricoveriamo”.
Ma oggi, che l’azienda costruttrice di automobili italiana per eccellenza non produce più mine, quante sono le armi che esportiamo?

Nel 2009 l’Italia è stata, per il quinto anno consecutivo, il primo paese al mondo per esportazioni di “armi da fuoco” (firearms) di tipo non militare. Brasile(186.000.000) , Germania (127.000.000) e Stati Uniti (114.000.000) son stati preceduti dalla nostra amata “penisola calzaria”, con un ammontare di ben 250.000.000 (duecentocinquantamilioni) di armi da fuoco esportate fuori dal proprio territorio.

I dati son stati forniti dal registro dell’Onu sul commercio internazionale (UN Comtrade) che alla voce SITC Rev.1 – Selected commodities: 89431 (Firearms, excluded military weapons) fornisce i dati relativi alle esportazioni e importazioni mondiali di questa particolare tipologia di prodotti.
Una riflessione: Per chi guarda questa statistica è ovvio che gli Stati uniti abbiano la maggior parte del fatturato interno delle armi, li sono legali, qui parliamo di esportazione.
Continuiamo.

Ovvio che i dati potrebbero essere inesatti, in quanto i paesi son soliti non fornire all’ONU dati realistici ma possiamo comparare con degli altri dati: Quelli delle munizioni vendute.
Se nello stesso database (citato prima con la sigla) compariamo un’altra categoria (HS 93) cioè quella che riguarda “armi e munizioni, loro parti e accessori” (Arms and ammunition; parts and accessories), notiamo che l’Italia risulta al secondo posto (640Milioni$) dopo gli Stati Uniti (3,4 miliardi$). Tenete sempre ppresente che negli Stati Uniti la vendita di munizioni è legale per ovvi motivi. Al terzo posto c’è il Regno Unito (con 591 milioni $), poi seguono Germania e Federazione russa, rispettivamente con 554 e 495 Milioni di $.

Per quanto riguarda le munizioni italiane anche l’ISTAT ha confermato questi numeri
registrando esportazioni dal Belpaese di oltre 943 milioni di euro: si tratta di un record ventennale, che si aggiunge a quello per gli armamenti di tipo militare.

Per quanto riguarda le “armi da fuoco” (escluse quelle militari) riportate dal registro Onu (SITC Rev.1 – 89431) il maggior acquirente (si parla sempre del 2009) fu proprio l’America, o meglio: Gli Stati Uniti, con oltre 104 milioni di dollari, seguiti da Francia (23) e Russia(20) che ufficialmente ha comprato da “noi” 19.192 armi.
Seguono Regno Unito, Germania, Spagna e Grecia e poi si trova la prima sorpresa: la Libia che con oltre 6 milioni di dollari ($ 6.136.275) e 3.706 armi per un peso complessivo di oltre 10mila chili è l’ottavo acquirente di “firearms” italiane (CIT.).

Nello stesso anno in Libia “abbiamo” venduto quasi 11 milioni di dollari di “arms and ammunition” (HS 93): un dato confermato dal database dell’Istat che, per lo stesso anno, riporta oltre 8 milioni di euro di esportazioni di “armi e munizioni”.
Da notare che nel 2006 queste esportazioni non superavano i 1.394 euro; a me vien da pensare che i venditori libici di armi sportive, da difesa e da caccia abbiano trovato nell’Italia (viste le date concedetemi: di questo governo) un nuovo e quanto mai disponibile fornitore.

Gli Emirati Arabi Uniti: nel 2009 hanno importato quasi 2 milioni di dollari ($1.897.850) di “armi da fuoco”, ma secondo l’Istat sono oltre 28 milioni di euro le esportazioni di “armi e munizioni” verso Abu Dhabi nell’ultimo biennio.

Calcolando che quest’anno c’è stata una recente proposta di modifica della legge 185 del 1990 che intenderebbe “rendere le norme più consone alle mutate esigenze del comparto per la difesa e la sicurezza sia istituzionale che industriale”, la mia domanda è: ha senso, o meglio: è etica questa strategia commerciale?
A voi la parola.

Tatuaggi giapponesi – Storia e simbologia


[Articolo inserito su Lega Nerd]
I tatuaggi, in Giapponese, (“irezumi” ireru inserire sumi inchiostro) o “horimono” (horu inscrivere mono qualcosa) nascono nel periodo Edo ed hanno come caratteristica principale, quella di ricoprire gran parte del corpo.Era una decorazione tipica di una parte della società giapponese, chiamata del “mondo fluttuante”, (“Ukiyo-e” corrente artistica sviluppatasi nel periodo Edo) che comprendeva giocatori d’azzardo, commercianti, pompieri ed in genere tutti coloro che svolgevano i lavori più gravosi, tra cui anche i “mafiosi”, che all’epoca non avevano un’accezione negativa, così come nei tempi moderni.

Tale decorazione era utilizzata sia come segno di riconoscimento per il proprio coraggio e valore morale che con l’intento di distinguersi dagli altri; a tale scopo, le immagini scelte, celavano in sé un alto e profondo valore simbolico.

Per “mondo fluttuante”, si intende non solo uno stile artistico di quest’epoca specifica, ma delinea e rappresenta, attraverso le immagini, l’identificazione della nuova classe borghese che, a seguito della crisi dell’aristocrazia feudale, apportò ad una radicale trasformazione sociale, a favore delle nuovi classi emergenti borghesi.
Letteralmente il termine “ukiyo”, di origine buddhista, indicava la transitorietà delle cose e l’esigenza del saggio di rifuggire dall’attaccamento ai beni terreni, ma nel ‘600, tale significato originario fu storpiato e re-interpretato nel modo esattamente opposto ed inteso, quindi, come l’esigenza di valorizzare proprio quei piaceri effimeri e fuggevoli della vita.

“Fluttuare, perdendosi nel piacere e allontanando la malinconia della realtà e del dolore” tale era il “credo” dell’epoca, testimoniato dalle immagini, realizzate da artisti, pittori, grafici e incisori che hanno raccontato questa nuova visione estetica sopravvissuta per oltre due secoli.

Sotto il dominio dei Tokugawa, nell’epoca successiva, il tatuaggio fu invece proibito ed iniziò ad essere nascosto sotto gli abiti ed assunse quella caratteristica forma “a vestitino”, con il quale si identifica il tatuaggio giapponese.

La pratica del tatuaggio divenne, quindi, clandestina e sopravvisse per passa parola, grazie soprattutto agli yakuza. Il rapporto tra yakuza, criminalità organizzata giapponese, e il tatuaggio, nasce più o meno in questo periodo.

La pratica del tatuaggio si diffuse nell’ambiente Yakuza inizialmente per garantire “credibilità” agli occhi dei protetti ed allo stesso tempo, per intimidire gli avversari. Questo è il motivo per cui il tatuaggio anche ai nostri giorni è considerato in Giappone come un distintivo della yakuza e quindi un simbolo identificativo di appartenenza alla “mafia giapponese”.

Ogni immagine scelta, con cui l’esponente yakuza voleva rappresentarsi, aveva quindi un alto e profondo valore simbolico, con il quale egli voleva enfatizzare un particolare lato del proprio carattere.

E’ per questo che l’iconografia dei tatuaggi giapponesi è facilmente distinguibile dagli altri generi, poiché si riassume spesso nelle tradizionali immagini della simbologia shintoista:l’onda, la carpa, la cascata, i fiori di ciliegio, ecc.
Via: http://japanesetattoo.webnode.com

Anticipo di non essere un esperto in materia (pur avendo tre tatuaggi ed un piercing) e di non parlare l’idioma giapponese; se trovate errori correggetemi pure che edito.

Un po’ di simbologia dei tatuaggi giapponesi:

Carpa koi koe: un’antica leggenda giapponese narra che una carpa con grande fatica risalì le cascate, sino a giungere ai cancelli delle porte del cielo. Come segno di riconoscenza per questo immane sforzo venne trasformata in drago, infatti possiamo notare che i draghi sono rappresentati ricoperti di squame di carpa. Sul sito citato nella parte quotata in alto leggo:
“nell’acqua della cascata galleggiano alcuni fiori di ciliegio, che ricordano che la ricerca della carpa è comunque effimera, perché la vita ha comunque una conclusione certa”.



Drago: Può essere visibile o no a suo piacimento e può trasformarsi. In primavera sale nei cieli ed in autunno entra in acqua. Si ricopre di fango nell’equinozio d’autunno ed emerge in primavera, per annunciare il risveglio della natura. Simbolo della forza produttiva umana ma anche di saggezza, forza e potere esso sputa fuoco o acqua sotto forma di nubi a spirale. Queste nuvole sono la simbologia delle forze cosmiche. E’ anche simbolo di serena accettazione della morte, come conseguenza del compimento del proprio destino.



Demoni o Oni: Sono creature soprannaturali, guardiani dell’inferno buddista, dispettosi e divoratori di umani essi sono la causa di epidemie e malattie.
Secondo una leggenda si sarebbero convertiti al buddhismo diventando forze benevole e protettrici. Il demone rai-jin è il dio del tuono che tiene tra le proprie mani le bacchette del tamburo con cui libera i suoi tuoni. Il fù-jin è il dio dei lampi e del vento, elementi che tiene nel sacco e durante i temporali scaraventa sulla terra. Il demone oni è un demone aggressivo, violento e crudele. Di solito è rappresentato con due corna, ha il volto color rosa, rosso o grigio-azzurro simile alle maschere del teatro no.
Via.




Cane di Fo: Chiamato anche drago di Buddha il Drago-cane è atto alla protezione dei templi. Simboleggia spirito forte e protezione ed è una divinità della religione shinto giapponese derivante dal buddhismo. Figura benevola che porta salute, prosperità e ricchezza.


Non ho trovato immagini decenti che lo raffigurano in un tatuaggio, comunque è questo qua sotto:


Fiore di ciliegio: Simbolo di tutte le cose emmifere che durano poco in quanto basta un po’ di pioggia per farlo cadere. Si utilizza per coprire le parti del corpo attorno ai personaggi principali del tatuaggio. Inizialmente impresso sul corpo dei samurai e successivamente dagli appartenenti alla yakuza per rappresentare la situazione di estrema precarietà della loro esistenza che può terminare in qualsiasi istante in combattimento. E’ interessante come nei secoli un simbolo così delicato abbia acquistato un significato tanto violento.



Fonti:
J-horror
Japanesetattoo
Fabri_82
Wikipedia

I miei quindici anni con un lupo







[Articolo inserito su Lega Nerd]

Mi scuso in anticipo per la qualità delle foto che son state scattate con il cellulare ad altre due fotografie sviluppate.

Come richiesto nei commenti inseriti in quest’articolo provo a scrivere della mia vita con Iako, il lupo che mi ha accompagnato per quindici anni.
Non so bene cosa digitare, non ho mai fatto un post su mie esperienze personali, provo a buttar giù e vedo cosa ne viene fuori.

Sedici anni fa, nel 1994 dei miei amici partirono per i boschi di Ovada (per la precisione Lerma, AL) per trascorrere una settimana di campeggio libero, allora si poteva ancora.
Arrivati piazzarono le tende e sentirono dei lamenti di cane, cercando trovarono una tana con una lupa morta e dei cuccioli che evidentemente avevano bisogno di aiuto.
Prestarono le prime cure comprando del latte e si allontanarono qualche centinaio di metri per non disturbare l’eventuale branco nel caso fosse tornato. Non fu così, tornarono tutti i giorni a vedere e furono costretti a sfamare i piccoli per non farli morire.
A quanto mi raccontarono nel momento della partenza si parlarono, ponendosi il problema su che cosa fare: Sarebbe stato giusto toglierli da quel luogo? Sarebbe stato giusto salvarli? Avrebbero dovuto chiamare la forestale? Cosa fare?
Non entro nel merito, fatto sta che decisero di portarli con se, vivevano in una grande cascina milanese (Vaianovalle) e quindi di spazio ne avevano.
Arrivati alla Stazione Centrale di Milano, come da accordi mi trovarono li ad aspettarli, quando uno sgorbietto saltò fuori dalla cesta, capitolando in terra rovinosamente. Mi ricordo ancora le espressioni preoccupate sui volti dei miei amici, ma nulla… Esso si alzò come se nulla fosse e corse verso di me. Proprio verso me, in mezzo a tutta la gente presente in stazione, e si mise a scodizzolare sul mio piede cercando di alzarsi usando la mia gamba “a mo di aggrappino”.
Ci salutammo e mi chiesero (testuali parole):
“lo vuoi”?
“Lui ha voluto me”. Risposi.
Da quel momento diventammo inseparabili (vi faccio notare che all’epoca avevo 13 anni) sopratutto per il rapporto alquanto strano che avevamo, determinato dal fatto che lui non era un cane come tutti gli altri, bensì un lupo, con tutti gli istinti e le caratteristiche che lo contraddistinguevano.
Per esempio vedeva in me non un padrone, ma un capobranco da seguire, quando mi sedevo, ovunque io fossi, qualunque cosa ci fosse cinque metri più in la (anche una grigliata di carne) lui si accucciava a fianco a me. Se mi mi alzavo, facevo un passo e mi fermavo, lui si alzava faceva un passo e si risedeva a fianco a me. Quando beveva non usava la lingua, succhiava. Alcune caratteristiche fisiche erano un po’ diverse, come per esempio i canini più lunghi rispetto agli altri cani. Queste per citarne alcune.
Da quando feci 16 anni decisi di fare tutti gli anni una settimana di vacanza apposta per lui, andando da solo con il mio fidato amico a quattro zampe in mezzo ai boschi dov’era nato, buttandomi proprio in mezzo, a circa cinque o sei chilometri lontano dalla civiltà, seguendo un ruscello ove potevo pescare per cibarmi.
La mattina lui attendeva che io mi svegliassi per guardarmi e poi sparire nella vegetazione tornando solamente la sera quando andava via la luce, tutto morsicato e felice. Non ho mai dovuto dargli da mangiare quand’eravamo li. Esattamente come io pensavo a me lui si procurava il cibo; era felice così, lo ricordo bene.
Di notte è capitato di sentire altri lupi ululare, e lui gli rispondeva, non mi è mai successo che il branco si avvicinasse; non so se sia vero ma mi è sempre piaciuto pensare che fosse grazie a lui.

La vita in città con un animale del genere non mi ha mai dato problemi, è sempre stato slegato e non gli ho mai dovuto insegnare a fermarsi al ciglio della strada, l’ha sempre fatto lui inconsciamente.
Non ha mai attaccato un altro cane, se non per difesa, e quando è accaduto si notava davvero la differenza tra un cane ed un lupo, dalle tecniche di caccia e difensive che erano intriseche nel suo istinto.
Riporto l’aneddoto che ho inserito nei commenti nell’altro post:
E’ capitato che un cane corso



scappò dalla padrona correndo con aria davvero minacciosa verso di noi… L’unica cosa che ho potuto fare fu lasciare anche il mio, altrimenti legato al guinzaglio me l’avrebbe fatto fuori. Iako si mise a correre allontanandolo da me, e l’altro lo inseguì. Tempo dieci passi e si è girò di scatto abbassandosi e prendendolo al collo.
Vidi l’altro cane cadere a terra e gridai: “Fermo”! Subito il mio amico lasciò la presa. L’altro cane stava bene, per fortuna aveva solo due buchetti sul collo e perdeva un po’ di sangue ed è rimasto li a terra facendosi coccolare dalla padrona più spaventata di lui che ebbe pure il coraggio di avere da ridire, al grido di: “il mio piccolo, il mio cucciolino”.
Ci mancava soltanto che la stronza lo chiamasse Fufi.
Constatato che il suo “cucciolino” stava bene un paio di vaffanculo e me ne andai.
La cosa che mi colpì in quell’occasione fu che Iako non era agitato per nulla, tranquillissimo, come se non avesse neanche vissuto quell’esperienza iniziò a spisciazzare qua e la per coprire gli odori degli altri maschi (come fanno tutti i cani).
Cazzarola, io avevo il cuore a mille e quello guardava le farfalle, tant’è…

Purtroppo l’anno scorso si ammalò gravemente, nel giro di tre settimane gli si svilupparono dei tumori (cazzarola, nei cani è una cosa rapidissima) e soffriva sempre di più.
Un giorno vidi la scena di lui che leccava la propria urina da terra per non farmela trovare e quando si accorse che l’avevo visto fece un’espressione di vergogna che non dimenticherò mai. Non l’avevo mai visto così.
Nel giro di due giorni non riusciva neanche più ad alzarsi, ci provava ma cadeva sbattendo qua e la, ma comunque cercava di arrivare a me, per poi appoggiare la testa sulle mie gambe.
Passai un’ultima notte nella sua cuccia con Lui appoggiato a me che si lamentava.
Presi la decisione: optai per fargli praticare l’eutanasia il giorno dopo; mi sembrava la scelta più doverosa verso chi mi è stato vicino per tutta la sua vita e non mi ha mai tradito. Non potevo proprio farlo soffrire oltre.

Non mi sento di aggiungere altro.

mercoledì 22 dicembre 2010

Comportamenti sociologici dei lupi


Dopo aver scritto un articolo sui comportamenti sociologici dei lemuri del Madagascar, ne posto un altro riguardante la stessa tematica ma con differenti protagonisti: i lupi.

Tali animali vivono con una struttura organizzata, cacciano trombano e vivono secondo precise gerarchie, determinate dalla possenza fisica ma non solo.

Il branco può avere una dimensione che varia da 4/8 soggetti (nel caso di una famiglia con i cuccioli) fino a contarne più di 20, ove (in genere) varie famiglie si sono unite dando così vita ad un meta branco (o muta).
Un'altro motivo che determina un gruppo così numeroso può essere la grande presenza di cacciagione, che da come risultato una riproduzione ed una sopravvivenza dei cuccioli molto più marcata.

La figura del lupo solitario è più adeguata ai romanzi o ai classicismi, e questo è dato da una ragione molto semplice: E' consolidato che un lupo da solo possa uccidere un cervo (anche di grosse dimensioni) ma ciò comporta grandi rischi, anche il solo ferimento portebbe compromettere le battute di caccia future, determinando così la morte certa dell'esemplare; senza contare che una preda del genere basta a sfamare un gruppo più ampio di individui, come nel caso del primo esempio (4/8 soggetti). Naturalmente più cacciagione ci sarà nei dintorni più la possibilità di vedere branchi numerosi cresce, quindi possiamo affermare senza timore che la dimensione dei gruppi è direttamente proporzionale alla quantità di prede presenti nel territorio.

Concludo brevemente la questione del lupo solitario per poi ricollegarmi al discorso del territorio:
Il lupo solitario è solitamente un vecchio maschio, più raramente una femmina. L'animale può essere esiliato per vecchiaia o per motivi siociali, per esempio per aver cercato di sottrarre durante il periodo dell'accoppiamento una femmina al maschio alfa, quello dominante.
Ma un lupo solitario non è stato necessariamente esiliato, capita anche che decida di allontanarsi di propria volontà. Un motivo può esser quello di cercare altrove una femmina con cui accoppiarsi e mettere su un nuovo gruppo, ma ancora non si son capite benissimo le dinamiche che portano a questa decisione, in quanto si è notato che capita anche quando ci sono più soggetti femminili a disposizione.

Naturalmente la formazione di un nuovo branco può portare a durissime lotte per il controllo del territorio, causando spesso l'eliminazione di quello più debole (normalmente meno numeroso) ma non per forza.
Può capitare che si formi un nuovo branco composto da madre, padre, e cucciolata, ove i cuccioli sono prevalentemente di sesso femminile e vengano tutti accolti senza problemi all'interno di un gruppo più numeroso, oltretutto rispettando "l'affetto" dei due partner del sottogruppo appena arrivato, e rispettandone anche le gerarchie. Insomma, in genere un maschio del grande gruppo non prova a trombarsi la femmina arrivata, in quanto è la compagna di un altro; non solo: nei battibecchi tra il maschio ed il cucciolo/a non si metteranno in mezzo (detto in parole semplici). Ciò non dura molto, in genere dopo un primo periodo di rispetto viene cancellato, dai maschi di rango superiore che sottolineeranno la propria posizione accoppiandosi con quella che precedentemente era la sua femmina. In genere questo periodo è dato dall'età dei cuccioli.

Torniamo al territorio:

Il territorio del branco è formato da tre anelli concentrici. Il più esterno è il territorio di caccia, difeso dai maschi di rango più elevato, cioè quelli più portati fisicamente e psicologicamente a scontri sanguinosi, che spesso ne causano anche la morte.

Il secondo anello (quello centrale) è detto "territorio sociale": si tratta dello spazio ove vengono cresciuti i cuccioli. Uno spazio il più possibile privo di pericoli ma ricco di stimoli, che serve a sviluppare in loro tutte quelle tecniche di caccia che utilizzaranno una volta adulti. Generalmente è ricco di piccole prede che non vengono cacciate dal branco, proprio per permettere ai piccoli di affinare tattica e strategia.

Infine abbiamo "il nucleo" (o "territorio notturno") cioè il territorio più interno, ove troviamo le tane, che sono distribuite secondo un ordine gerarchico ben preciso. Quelle più elevate, quindi più sicure perchè meno raggiungibili da eventuali predatori, sono riservate al capobranco ed ai ranghi più elevati, in genere i maschi più dotati di forza fisica. La tana può essere una grotta o una buca nel terreno appositamente scavata.

All'interno del branco vige una gerarchia sia maschile che femminile, che non è destinata a rimanere immutata nel tempo. Malattie, vecchiaia o lotte possono far "salire o scendere" di status sociale i membri; questo comporta una notevole probabilità di far tramandare solamente i geni degli esemplari migliori, determinando una continua evoluzione del gruppo, inteso proprio come se fosse un unico organismo.

Calma e stabilità nel branco sono sotto la supervisione del maschio alfa, il capo, in quanto ogni cambiamento di status potrebbe mettere in discussione il suo ruolo di leader. Esso mostra indifferenza nei confronti degli altri lupi, sia di alto che di basso rango, comportandosi in modo tollerante ma fermo e sicuro, mettendosi in gioco con tutto il suo potere (carisma) e le azioni che portano ad una sottomissione psicologica degli altri in tutti i momenti di maggiore tensione, come ad esempio nel periodo riproduttivo.
Esso tiene unito il branco, pattuglia e marca (spisciazzando qua e la) il territorio, decide i sistemi di difesa e le strategie di caccia e stabilisce la posizione e l'assegnazione delle tane. Insomma, ogni decisione importante spetta a lui, ed un suo errore se non determina l'eliminazione o la scissione del branco sicuramente causa il suo allontanamento da parte degli altri maschi che si uniscono per cacciarlo.

Di grandissima autorevolezza gode anche la femmina alfa, che assicura una prole al branco; accoppiandosi con il maschio alfa assicura una discendenza con geni di qualità, ma non solo: può anche decidere di accoppiarsi con altri maschi di rango elevato, e questo in alcuni casi è visto di buon occhio dal maschio dominante. Insomma, un metodo naturale ed inconsapevole per assicurare lo scambio di sangue. Da notare che anche al Polo Nord anni fa gli esquimesi offrivano all'ospite la propria moglie, proprio per lo stesso motivo.
L'accoppiamento avviene in primavera e la femmina partorisce da 1 a 11 cuccioli.
Nel periodo dell'estro essa allontana tutte le altre femmine per impedirne la riproduzione, o addirittura arriva ad impedirglielo fisicamente. Questo per tenere sott'occhio il numero di esemplari e quindi la rispettiva grandezza del branco, che se crescesse troppo causerebbe problemi di cibo, che potrebbero esser risolte solamente con l'uccisione di alcuni cuccioli o con una scissione del branco. La scissione è una cosa che va evitata assolutamente in quanto si immette nel territorio (o comunque in quelli circostanti) un altro gruppo antagonista, che sottrarrebbe prede altrimenti loro.
Il fatto che il branco sia sostanzialmente costituito dalla prole della femmina Alfa, avuta da due o più partner, fa della società lupina un matriarcato.
Quando il maschio alfa perde la sua posizione e viene allontanato dal branco essa può decidere di seguirlo, ma generalmente si unisce al nuovo leader (ha molto di umano tutto ciò).

Subito sotto il maschio alfa troviamo il maschio beta, quello di rango appena inferiore; un lupo anch'esso di grandi qualità psicofisiche che si prepara ad essere il successivo capo. Esso svolge un ruolo simile a quello del maschio dominante, ma non può permettersi si essere altrettanto tollerante con gli altri lupi, in quanto essi cercano (a differenza che non l'alfa) di scalzarlo dalla sua posizione, per poter un giorno prendere il potere sul gruppo (e quindi accoppiarsi più frequentemente).

Al di sotto si trovano tutti gli altri lupi, detti "subordinati", che non raggiungeranno mai il ruolo di capo rimanendo sottomessi per tutta la vita, anche se i più coraggiosi non accettano questo ruolo e vivono in uno stato di continuo conflitto.
Essi si trovano perennemente d'innanzi ad un bivio: Da un lato c'è la necessità e la sicurezza di vivere in un branco, dall'altro l'ambizione di risalire la scala gerarchica, per guadagnarsi il diritto alla riproduzione.
Infatti durante tale periodo si verificano dei combattimenti, ma al contrario di ciò che si potrebbe immaginare essi sono "ritualizzati" svolgendosi (proprio come per i [url=http://leganerd.com/2010/11/06/lemuri-del-madagascar-comportamenti-sociologici/]lemuri del Madagascar[/url]) in modo "giocoso" evitando così di giungere ad uno scontro cruento. Non è raro che dopo la sottomissione del più debole gli venga riconosciuto un valore (se ha lottato bene ecc.) sotto forma di "permesso speciale alla riproduzione".
Capita anche che gli esemplari di grado più elevato si coalizzino contro un eventuale sfidante, così da evitare lo scontro a priori.
Per comprendere bene l'importanza di questi "rituali di gioco consiglio caldamente la lettura dell'articolo linkato poche righe sopra.

Sotto tutta la gerarchia troviamo gli anziani, non più in grado di cacciare e quindi di esser produttivi per il resto del gruppe ed i cuccioli, che di chiunque siano figli vengono allevati da tutto il branco.

Fonti:
- Prima di avere questo cane son stato "convivente" con un lupo. Per ovvi motivi mi son dovuto documentare molto, non era proprio come avere un altro canide addomesticato. Avrei preferito mettere la sua foto ma ce l'ho a casa mia sul mio pc.
- Wikipedia.
- http://www.puntodincontro.net